03/11/2008
Iniziare la campagna in singolo di Fallout 3 significa innanzitutto nascere. Creare il proprio alter ego in ogni minimo dettaglio; muovere i primi passi e imparare cosa significhi per un uomo libero vivere confinato all’interno di un visionario Vault Anti-Atomico. Una realtà da cui prenderemo presto le distanze e che potremmo persino rimpiangere una volta raggiunto l’immane deserto post-atomico.
Dipanandosi sulla medesima struttura aperta che regalò al leggendario Oblivion la più vasta ed articolata ambientazione mai vista in un videogame, il mondo di Fallout 3 non presenta confini invalicabili, zone inaccessibili né tantomeno agglomerati urbani che non possano essere visitati, esplorati e vissuti. Le sue terre brulicano di pericoli, cacciatori, prede, possibili alleati e altrettanti avversari.
Più che di giocare, si tratta dunque di vivere, conoscere, combattere, ma altrettanto spesso di intrattenere relazioni. Guadagnare la fiducia del nostro prossimo o affrontarne l’ostilità: niente che il fido PIP –computer da polso – non potrà annotare, rielaborare e custodire per voi. Nessuna azione o decisione di sorta che non possa maturare altrettante conseguenze sulla natura del nostro Alter Ego e sul modo in cui i suoi simili lo percepiranno.
Mescolando con estremo equilibrio gli schemi del più esaustivo tra i GDR occidentali con dinamiche action che ci aspetteremo di trovare nei migliori sparatutto in soggettiva, Fallout 3 rivela pertanto una profondità concettuale semplicemente shockante. E più saranno i passi che muoveremo al suo interno, più le dimensioni di questo parametro appariranno sconfinate. Un dettaglio quasi ironico, questo, dato che solitamente accade proprio l’esatto contrario.
È in effetti possibile vagabondare per ore relazionandosi con habitat naturale e relativi inquilini, senza neanche sfiorare la trama principale; e l’obbligo di coprire le cospicue distanze territoriali senza poter usufruire di alcun veicolo di sorta non fa che conferire ulteriore rilievo al lavoro svolto dal team di sviluppo.
Senza questo formale vincolo esplorativo, non potremmo difatti attingere all’infinito numero di corazze, armi, oggetti e potenziamenti custoditi in lungo e largo. Per non parlare ovviamente della possibilità di accedere a missioni secondarie, aree segrete e situazioni che non avremmo magari mai immaginato di trovare in un contesto del genere.
Ma è davvero possibile che tutta questa mole di dati non abbia in qualche modo compromesso alcuni aspetti del gameplay? La risposta al dilemma non può che riportarci al parallelo col sopracitato Oblivion. Se quest’ultimo riusciva a gestire con una certa efficacia ogni aspetto del suo concept, Fallout 3 è persino in grado di superarne gli standard.
Lo si nota nella coerenza strutturale che regola lo svolgimento degli scontri a fuoco, nell’efficacia di un sistema di puntamento sempre affidabile e nel costruttivo supporto di effetti speciali quali il Bullet Time. Ma anche, e soprattutto, nella funzionalità di un’interfaccia di controllo che, alla luce del quantitativo di parametri gestiti, avrebbe potuto facilmente compromettere la fruibilità del gioco.
Proporzioni, armonia e simmetria dunque: le tre parole chiave di un progetto che potrebbe tener davvero cattedra in una ipotetica università dei videogame.
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